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Un’azione legale da parte dei nove Comuni dell’Emilia-Romagna, firmatari dell’istanza coordinata insieme a quelli delle Marche, per chiedere al Governo la tempestiva revisione dei nuovi criteri di valutazione per la classificazione dei Comuni montani. Dalle parole ai fatti per tutelare i diritti delle comunità, delle attività e delle aziende agricole dei territori esclusi dall’elenco speciale che cataloga le zone di montagna italiane secondo i parametri stabiliti dalla legge numero 131 del 12 settembre 2025.

Un radicale e anacronistico cambio di scenario che ha cancellato con un colpo di spugna e senza il necessario confronto con le componenti interessate, per non parlare della mancata unanimità ottenuta dallo schema di Decreto nella Conferenza Stato-Regioni con il voto contrario di Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Sardegna e l’astensione del Lazio, il consolidato riconoscimento formale di una condizione strutturale: l’appartenenza a un contesto appenninico caratterizzato da isolamento geografico, fragilità infrastrutturale, difficoltà di accesso ai servizi essenziali, progressivo spopolamento e invecchiamento della popolazione residente. Criticità che, nel corso dei decenni, hanno rappresentato il presupposto giuridico su cui si è costruita un’intera architettura di politiche pubbliche: dalla programmazione scolastica a quella sanitaria, dagli interventi di difesa del suolo alle scelte di coesione territoriale.

Le nuove disposizioni, formulate sulla base di criteri altimetrici, di pendenza e confine tecnicamente oggettivi, sono ben lontane dalla razionale rappresentazione della complessità della condizione montana nell’Appennino italiano. La “montanità” di un territorio, infatti, non può essere ridotta a una quota altimetrica o a un indice di pendenza ma si definisce attraverso le distanze reali dai servizi essenziali, i tempi di percorrenza per raggiungere un presidio ospedaliero, le condizioni delle infrastrutture viarie, spesso impraticabili nei mesi invernali, la rarefazione progressiva dei servizi pubblici, il grado di isolamento delle frazioni, la fragilità idrogeologica e sismica e la vulnerabilità sociale ed economica delle comunità residenti legata soprattutto a spopolamento, senilizzazione e bassi tassi di natalità. Una serie di preziosi indicatori che evidenziano con trasparenza uno scenario generale critico che equipara questi territori a quelli classificati alla voce “totalmente montani”. Comuni con borghi arroccati su crinali o circondati da calanchi in attivo dissesto. Paesi collegati ai centri maggiori da strade tortuose e spesso dissestate, privi di presidi sanitari e trasporto pubblico inesistente o gravemente insufficiente. L’applicazione di un criterio puramente “geometrico” a queste realtà produce un risultato che non fotografa il territorio e la sua gente ma li tradisce.

Per non parlare della previgente classificazione, fondata sulla Legge n. 991/1952 e confermata dalla Legge Regionale n. 18/2008, che distingueva tra Comuni “totalmente montani” e Comuni “parzialmente montani”. Non una mera sfumatura terminologica ma una classificazione intermedia in risposta ad un principio di realtà, che è quello della collina appenninica che condivide con la montagna le stesse criticità strutturali pur senza raggiungerne le quote altimetriche, della quale si è persa ogni traccia normativa.

Un inspiegabile colpo di mannaia che avrà conseguenze gravi, per non dire potenzialmente irreversibili e letali, sulla gestione amministrativa ordinaria dei Comuni esclusi, sull’erogazione e sulla qualità dei servizi essenziali per la popolazione. Meno risorse e tutele fiscali, non solo provenienti da fonti finanziarie dirette, da abbinare al drastico ridimensionamento di quegli incentivi vincolanti per lo sviluppo di un sistema imprenditoriale, agricolo, artigianale, scolastico e infrastrutturale già messo a dura prova dal passato biennio pandemico e dai ripetuti eventi climatici estremi che hanno ridisegnato negli ultimi tempi la morfologia di buona parte della dorsale appenninica nazionale. La diaspora di eccellenze, tipicità, produzioni, tradizioni e valori che si intersecano con la storia di queste terre. Una riclassificazione incurante, perfino, del delicatissimo equilibrio organizzativo didattico costruito con sacrificio attraverso anni di lavoro per garantire alle comunità residenti unicamente continuità, autonomia e pari opportunità di apprendimento.

Una legge che, in una parola, cancella la dignità della collina. E, insieme a questa, quell’orgoglioso senso di appartenenza che in più occasioni ha rappresentato l’unica ancora di salvezza dinanzi all’incalcolabile divario con l’attrattività della pianura e dei centri più urbanizzati a cui, ora, si aggiungono perfino i territori alpini nel più assurdo paradosso divisivo attuabile.

Era stato detto a chiare lettere fin dalle battute iniziali: impossibile restare con le mani in mano davanti a questa irrazionale decisione governativa. Prima i cortei pacifici di sensibilizzazione lungo le strade, che hanno registrato un’ampia partecipazione da parte dei cittadini, per chiedere a gran voce ad ogni piano sovra-istituzionale di perseguire la via del ragionamento, dell’ascolto, della comprensione e del confronto a tutt’oggi ignorata da chi legifera. Adesso un’azione legale congiunta tra i municipi dell’Emilia-Romagna e delle Marche depennati dalla lista, a testimonianza di una coesione che varca confini regionali, latitudini, altimetrie e pendenze sulla scia di preoccupazioni e patemi che ci accomunano, come ‘extrema ratio’ per puntare alla rapida inversione di marcia e a quell’auspicabile presa di coscienza che per chi abita in collina, mai come questa volta, traccia la differenza tra scrivere una nuova pagina di vita o proiettare i titoli di coda.

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Ultimo aggiornamento: 16-04-2026, 16:09